È più alta la febbre del Continente nero

 
Di Daniele Pernigotti
19 dicembre 2009
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La maggioranza dei politici a Copenhagen concorda sulla necessità di bloccare la febbre del pianeta al di sotto dei 2 gradi, rispetto al periodo preindustriale. I delegati africani, però, sanno che per loro questo potrebbe già essere un dramma. Gli scienziati non lasciano dubbi. I 2 gradi di aumento della temperatura sono un dato medio, ma alcune aree del pianeta si scalderanno molto di più. Per l’Africa le previsioni indicano un aumento fino a 3,5 gradi.
A pagare di più saranno i meno responsabili. L’Africa intera emette all’incirca come il Giappone e ci vogliono venti africani per raggiungere il peso di un singolo statunitense sulle emissioni di gas serra.
I singoli interessi che da sempre caratterizzano il continente africano si traducono in un peso politico negoziale fondato solo sui principi. La situazione, però, è cambiata improvvisamente quando a novembre i Paesi africani hanno deciso di bloccare i lavori preparatori per Copenhagen, causa le continue promesse da parte dei Paesi industrializzati, restii a mettere sul tavolo negoziale nuovi impegni per una seconda fase del Protocollo di Kyoto.

Lo strappo, mai definitivamente ricucito, è del 7 dicembre con l'apertura dei lavori della Cop15. Dopo un secondo abbandono, l'Africa si presenta con un unico nome, attraverso la voce della Oua (Organizzazione dell’Unione Africana), per «metter in campo un singolo gruppo negoziale», come ha ribadito il Primo ministro etiope, e portavoce Oua, Meles Zenawi. L'obiettivo, portare avanti i bisogni dell’intero continente piuttosto che dei singoli paesi. Immediata la replica degli industrializzati, disponibili a dare risposta alle richieste di finanziamento con 30 miliardi di dollari, favorendo una frattura interna al gruppo G77. L’obiettivo è isolare le principali economie emergenti, come la Cina, per costringerle ad assumersi maggiori responsabilità sui tagli delle emissioni. Il continente africano paga già i danni maggiori per il cambiamento climatico causato dai paesi ricchi. Per questo non può permettersi la morte del Protocollo di Kyoto, né il fallimento di Copenhagen. Da oggi c’è un protagonista nuovo nella politica climatica.